
Giorni fa mi chiedevo se sulle intercettazioni avessimo vinto, visti gli stravolgimenti al testo presentato dal governo. La risposta è arrivata oggi, con la decisione di rimandare il voto sulle pregiudiziali di costituzionalità, e forse addirittura ieri sera, quando il presidente del Consiglio ha ventilato la possibilità di ritirare il testo: sì, avevamo vinto. Soprattutto – mi sento di dire, per onestà intellettuale – aveva vinto il Parlamento, che ogni tanto si ricorda di non essere un passacarte e si prende il lusso, per dirla alla Berlusconi, di trasformare un cavallo in un ippopotamo.
È il momento di cantare vittoria, insomma, e cantiamola pure, ma prima di farlo ragioniamo un po’ insieme su quello che è successo, perché se abbiamo vinto questa partita possiamo vincerne molte altre. Purché, si capisce, si verifichino le stesse condizioni.
L’opposizione unita. Nonostante le diverse sfumature, che magari in Aula ci avrebbero portato a dividerci su alcuni singoli emendamenti, siamo stati compatti sui punti cruciali da sostenere: la possibilità di continuare a fare indagini da un lato, la libertà di stampa dall’altro. Penso soprattutto ai nostri due alleati, che parecchie volte si annullano a vicenda; stavolta, invece, l’Idv non ha ceduto alla tentazione di far saltare le trattative sugli emendamenti per urlare ancora più forte, e l’Udc ha resistito a quella di chiudere un occhio in cambio dell’ingresso nel governo. E aggiungiamoci che il Pd si è giocato benissimo le sue carte, anche a livello di tattica parlamentare.
La sponda finiana. È evidente che, senza l’appoggio di Giulia Bongiorno in Commissione e senza la minaccia dei voti finiani in Aula, non ce l’avremmo fatta: non per colpa nostra, si capisce, ma solo perché i numeri sono numeri. Con il voto segreto, Berlusconi aveva paura di andare sotto: pensate a che cosa sarebbe accaduto se, dopo aver cacciato Fini dal Pdl stasera, domani Berlusconi avesse incassato una sconfitta sulle pregiudiziali di costituzionalità!
La campagna mediatica. Da più di un anno, i giornali stanno martellando su questo tema: e non parlo della campagna dei post it di Repubblica, ma del fatto che la protesta abbia unito la stampa di vari orientamenti, fino ad utilizzare l’arma dello sciopero per difendere i propri diritti. Ecco, questo mi sembra un punto importante da sottolineare: siccome c’era in ballo un proprio legittimo interesse, quello di informare, la stampa (quasi tutta: Minzolini lo do per perso) ha finalmente esercitato quel ruolo di controllo sul governo che troppo spesso dimentica di avere.
Un Parlamento con la schiena dritta, un’opposizione unita, una parte della maggioranza aperta al confronto ed una stampa che controlla: ma siamo sicuri di essere in Italia?
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Caro Andrea, ti sei dimenticato della società civile italiana che piano piano si sta svegliando e organizzando soprattutto grazie alla libertà della rete che il caro presidente signore dei conflitti di interesse, sottovalutandone le potenzialità, non è riuscito ancora ad influenzare con i vari Minzolini di turno nè a imbavagliare. Società civile che sta crescendo in conoscenza e coscienza, risultando finalmente determinante con la pressione esercitata sui propri partiti di riferimento e non solo. Perciò NO al bavaglio di internet, mi raccomando!
Ora i traditori si chiamano con un neologismo:”sponda”.ma Berlusconi non era il padrone dei media,in Italia non c’era una grave violazione della liberta’ di stampa,ieri davanti a Montecitorio non c’erano iellatori drappi viola a ricordarlo?Per voi la verita’ e come la pelle dello scroto:si tira dalla parte che si vuole,a seconda dei pantaloni che si indossano.
Condivido il compiacimento sull’inizio di vittoria ma ho delle riserve sullo stupore per l’opera del Parlamento come Istituzione Repubblicana.
Io credo che al di là della crisi storica dei partiti
in quanto tale, esiste la cultura la politica.
Intesa come espressione di una cultura positivamente
” trasversale” a tutti gli schieramenti e frutto di un
” comune sentire” degli italiani.
Corrado